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La Pazza Gioia (2016) di Paolo Virzì

31 maggio 2016 | commenta

Carmelo Bene diceva…Io non recito, vado in scena…La rappresentazione di un personaggio espone la teoria della mente dell’autore, inevitabilmente. L’artista nell’esercizio della soggettività è obbligato ad una sua teoria sull’umano, è responsabile anche di idee che non sapeva di avere. Gli esiti sono i più vari ed indipendenti dalla volontà cosciente e dal talento. Identificarsi con un personaggio vuol dire aderire alla sua filosofia, condividerne la sapienza e l’ignoranza, le passioni e la malattia mentale.
Ci cono artisti che saccheggiano il poeta, l’autore, il Bardo che vivono nella vita del personaggio, nella storia, ne sono posseduti, altri non riescono mai a spogliarsi della loro biografia, per quanti sforzi facciano qualcosa di personale, della propria esistenza, delle loro vicende familiari, resta e non cambia i rapporti interumani, non riescono a impazzire. Animano il personaggio con qualcosa di loro, aggiungono il personaggio alla propria vita, ci chiedono di identificarci con l’attore.
Esiste un’interpretazione che non è identificazione? L’attore recita la pazzia del suo personaggio, l’interprete è in preda alla follia della propria pulsione, non consente immedesimazioni. L’identificazione non è il più profondo modo di sentire l’umano, di stare nella relazione interpersonale.
Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi sono brave, rendono la citazione di Thelma e Louise
cortese, sobria, affettuosa. Virzì coraggioso, si vede che la pazzia lo intriga, vorrebbe che la domanda di guarigione delle donne avesse risposte, è orgogliosamente l’anima del suo popolo livornese e la ricerca.
Il film verte sul tragico fallimento della psichiatra operazionale, sull’insufficienza della miscela comunità riabilitante più neurochimica americana. È un film pieno di femminilità, di rifiuto della concezione maschile della paternità, di comprensione per la famigliola versiliese che mantiene la coesione affettuosa in questo mondo senza valori.
La pazzia interessa molto il maestro livornese, cimenta tutta la sua costituzione onnivora, lo disturba che la comunità della gente per la strada, artigiani e perdigiorno, camalli e anziani frequentatori del Bar Lume, non siano più in grado di assorbire lo scemo del villaggio, di sottrarre agli psichiatri il prontuario completo dei comportamenti normali.
Purtroppo diagnosi vuol dire non aver rapporto empatico col paziente. L’empatia non cura, a tratti sembra suggerirci Virzì. Le nostre protagoniste non sono furbe, sono autentiche, non sono capaci di stare lontane dagli istituti di coazione. Tuttavia i pazienti reclusi non hanno intenzioni violente, distruttive, incomprensibili? Solo le creature fragili stanno nel recinto della riserva indiana delle strutture riabilitative? Gli psicolabili, le donne in fase euforica, sono solo vittime?
...i pazzi sono fuori dal manicomio … come il popolo sa.
Pazzi veri sono gli ex mariti che iniziano seconde o terze vite con altre donne e i loro figli, padri bugiardi all’inseguimento del successo, giudici che separano mamme dai bimbi? Eppure l’evidenza dell’inefficacia psicofarmacologica è palese, come la sofferenza dei malati.
Di cosa sono malate le due protagoniste? Azzardiamo una diagnosi affettuosa, sono due posizioni della psicosi bipolare in pericolosa sinergia?
Intanto distinguiamo follia da pazzia, altrimenti le fulminanti battute della Bruni non sono segni di assenza di deterioramento cognitivo, ma stronzaggine di esseri umani onnipotenti, di isteriche esibizioniste.
Il popolo non possiede la formula della guarigione e non fa ricerca, non è il suo mestiere.
Vezzeggiare i pazzi, vezzeggiare gli spettatori. La pazzia è l’assenza di ogni indagine sul potere della vittima, proteggere i deboli non è tutela dei normali, i normali non sono minori. I pazzi non sono minorati.
Virzì da grande e felice regista, ha tutti i mezzi per aggiornare la saggezza popolare. Il popolo non ha bisogno di essere blandito, non ha bisogno che gli si indori la pillola. Ostacolare l’evidenza della fine della psichiatria democratica e della psichiatria operazionale, non è bello.
Se pago 80 euro per vedere dalla curva Fiesole Borja Valero, se con lui mi identifico, godo ma perdiamo, devo farmene una ragione, il destino cinico e baro, oppure Galliani che regala Pirlo alla Juventus o quegli sciagurati della Roma che vendono Pjanic alla Juventus. Mi vendico, penso che la famiglia Agnelli è andata incontro alle masse lavoratrici, ha accontentato il popolo, gli ha fabbricato la Palio weekend, penso che la Ferrari di Marchionne non vince più una mazza.
Perché per soli 7 euro e 50, ho diritto alla consolazione, alla superbia del giusto che vuole liberare i pazzi?

 

Goffredo Carbonelli