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LA GUERRA DEL FUOCO (1981) di Jean-Jacques Annaud

18 febbraio 2016 | Commenta

Non ho voluto vedere questo film alla sua uscita, l’ho visto trent’anni dopo.
Non riuscivo a sostenere la vista del corpo orrendamente mutilato e cannibalizzato dell’esile Sapiens, che nel trailer penzola legato dalla traversa di un palo, vivo, muto, ma con lo sguardo fisso al suo carnefice, Homo di una specie meno evoluta, che sta mangiando il suo stesso braccio. Jean-Jacques Annaud ci va pesante, fin troppo direi, esaspera la disumanità, e qui si ha il sospetto che questo non abbia precisamente a che fare solo con la violenza di 80.000 anni fa. Quando il gruppo dei Neanderthaliani in fuga si imbatte in una specie diversa dalla loro, non ben identificata, che pratica il cannibalismo, alla vista di quei corpi ancora vivi, appesi come bottino di caccia e in parte mutilati, non si può non rabbrividire di terrore. Da dove proviene quel terrore? Essere sopraffatti, trattati come animali, divorati… la visione dell’assenza di umanità, quella che ci fa distinguere la differenza tra noi e gli animali, eppure così umana, perché non possiamo fare a meno di pensare nostro malgrado che da sempre, anche oggi, quel senso di umanità si può perdere.
Ricordo le discussioni dei miei colleghi di studio, prossimi alla laurea in Paletnologia. Tracce di denti umani e segni evidenti di macellazione su altri esseri umani. Per fame? Per uso rituale? Davamo tutti per scontato che ciò avvenisse dopo la morte del nemico. Uomini selvaggi, ma non simili agli Zombie. Annaud ha qualche problema con la crudeltà umana, anela un mondo paradisiaco, dove l’essere umano deve riconoscere la superiorità della Natura, della Physis. É interessante leggere le sue interviste dell’epoca. Il regista spiega il perché di un film così difficile, 95 minuti di gesti e grugniti che riescono a tenerti vigile su ogni sguardo e movimento corporeo: ripercorrere l’origine dell’uomo, e l’attrazione per un mondo «naturale» ormai perduto. Lo ribadirà nel 1988 con il film «L’orso», di recente lo porterà all’estremo con «L’ultimo dei lupi». Annaud odia la Chiesa, il suo Dio è la Natura. Riconosco l’anima del Francese, la fascinazione per l’ecologia, quella che produce magnifici documentari e foto, quelli alla Yann Arthus-Bertrand per intendersi. Eppure il regista allora sapeva riconoscere in cosa l’essere umano differisce dagli animali. Quando il protagonista con coraggio offre dell’erba al mammouth, per salvare la vita del gruppo, ci dice che la Natura può essere trasformata dall’immaginazione umana. Quando il linguaggio fa progressi, questo non è solo cambiamento fisico, ma anche mentale. 
Il regista costruisce un’avventura densa di pericoli, orsi, lupi, tigri dai denti a sciabola, uomini cannibali: la ricerca del fuoco perduto che i Neanderthal non sanno ricreare è lo scopo del viaggio. «Chi possedeva il fuoco possedeva la vita» dichiara il regista nel testo iniziale. Il protagonista maschile non è Prometeo, qui non ci sono gli Dei a punirlo. L’incontro con i Sapiens, con i «diversi» che hanno scoperto come manipolare la Natura e ricreare il fuoco a piacimento, è determinante, ed accade perché il protagonista, abbandonato dalla piccola Sapiens sfuggita ai cannibali, va alla sua ricerca, dopo averla ignorata per giorni e giorni, fatta eccezione per un frettoloso amplesso (in amor vince chi fugge?). Ricerca il suo odore, gli manca il suo linguaggio incomprensibile che sa stemperarsi nella risata. Quando Jean-Jacques Annaud cominciò a lavorare a questo film, nel 1977, per finirlo solo nel 1981, non sapeva che la scienza paletnologica di oggi avrebbe confermato quello che lui aveva solo immaginato: la specie umana dei Neanderthal si è riprodotta mescolandosi assieme ai Sapiens Sapiens. Oggi la scienza, che fino a qualche anno fa rifiutava che queste due specie si fossero mai incontrate, e se anche lo avessero fatto, si fossero unite e riprodotte, conferma il contrario: nel nostro DNA, di noi diretti discendenti dei Sapiens, ci sono ancora labili tracce dei Neanderthal. 
Poco m’interessa la ricostruzione dei fatti, e quanto di vero, di realmente storico, anzi preistorico, c’è nel film di Annaud (dove di fatto ci sono molte incongruenze cronologiche). 
Poco mi interessa se alla fine lei rimane incinta. La ragazza lo cura quando viene ferito dal mammouth, e quel gesto riassume tutta la sapienza femminile che ci sarà di là nei secoli a venire nel prendersi cura del corpo. La loro prima unione sarà selvaggia, more ferinum, dominata dal maschio, ma terminerà con quel gesto di lei che lo costringe a girarsi e a farsi prendere guardandosi in viso… Ho sofferto con i maschi nella lotta contro il freddo e per la perdita dei compagni, ho sentito il loro stomaco vuoto e la bocca arsa dalla sete, la loro frustrazione per il fallimento, ho sentito con le loro narici l'odore del pericolo, ma ho sofferto ancora di più con la donna per il rifiuto dell’affetto dell’uomo, per un amore che fa difficoltà a non essere solo soddisfazione dell’eccitazione.
Non è poco per un film senza nemmeno una parola.

 

Cinzia Murolo